Fabrizio Capobianco ha lasciato l’Italia per andare a lavorare nella Silicon Valley. Ma la sua azienda non sta solo in California: i capitali, e buona parte dei clienti, stanno dall’altra parte dell’oceano, mentre gli uffici e le persone che creano il software di Funambol stanno in Italia.
A differenza di quello che si pensa solitamente questo approccio presenta alcuni vantaggi: l’Italia è un Paese a vocazione imprenditoriale, è più facile trovare persone con una formazione tecnica qui che negli Stati Uniti, e il loro costo è competitivo rispetto ad altri poli di innovazione nel mondo, come la Silicon Valley.
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Un’insegna accoglie chi entra in alcuni bar di New York: non è permesso sedersi ai tavoli con il proprio computer, almeno non nelle ore dedicate al pranzo. La rete Wi-Fi continua ad essere gratuita per tutti gli avventori, ma non è più possibile passare diverse ore seduti al tavolo a lavorare.
Con la crisi è finito anche l’amore tra i proprietari dei locali pubblici ed il popolo dei nomadi digitali: chi si siede al tavolino con il proprio laptop non è più il cliente migliore, occupa preziosi posti che potrebbero essere utilizzati da chi consuma velocemente.
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Yahoo ha appena annunciato l’acquisizione di Xoopit, una startup californiana che offre un sistema di ricerca e gestione del contenuto della propria casella email. La cosa particolare riguardo questa acquisizione è che uno dei due fondatori di Xoopit, Bijan Marashi, ha un passato nel nostro Paese, infatti ha lavorato sia per i servizi internet di Telecom Italia che per quelli del Gruppo L’Espresso.
L’avventura nel nostro Paese può essere stata utile a definire le competenze e le strategie che hanno portato Bijan ad essere interesse delle due più importanti aziende Web, Google e Yahoo? Sarebbe interessante conoscere il punto di vista di chi ha avuto l’occasione di lavorare con Bijan durante la sua esperienza in Italia. Siete in ascolto?
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